Temprare e maturare
Un guerriero deve coltivare
la percezione di avere tutto il necessario
per quel bizzarro viaggio che è la vita.
Ciò che conta per un guerriero è essere vivo.
La vita di per sé è sufficiente e completa
e ha in sé la sua giustificazione.[16]
La leggenda vuole che un cristiano statunitense abbia avuto un sogno profetico: nella visione onirica gli apparve la mappa del mondo, e sulla Spagna cadevano dal cielo semi di grano. Su quella terra sarebbero cresciuti campi densi, pronti per un raccolto ricco.
Quel cristiano–predicatore—che tutti noi chiamavamo Jefe, che significa “padrone”—dopo aver parlato con i suoi fratelli riguardo alle rivelazioni notturne, prese una certa somma di denaro e andò a vivere in Spagna. Comprò una casa alla periferia della città di Santander.
Lì, Jefe cominciò a raccogliere dal basso fondo della società tossicodipendenti e prostitute: gente che voleva fare tregua con le vite tortuose che portava, o addirittura cambiare le proprie esistenze disperate.
Con i novellini, Jefe parlava più o meno in questo modo:
“Ragazzo, tu sei un puzzolente tossico, però il nostro Signore Gesù Cristo ha il potere di trasformare la tua vita di merda. Sai che hai la possibilità di diventare figlio di Dio?”
A quel punto faceva una pausa, poi proponeva una soluzione:
“Per cambiare la vita, devi con tutte le tue forze pregare il nostro Signore, che ti dia un nuovo cuore. Devi pregare lo Spirito Santo di lavare i tuoi peccati.”
Gradualmente la casa si riempì con i primi comunitari. Fu necessario comprarne un’altra. Quando entrai in comunità io, stavano festeggiando il ventesimo anniversario della RETO Spagna. A Santander, ormai, erano presenti undici case di proprietà RETO. E la comunità continuava a comprare immobili in tutta Europa.
La casa di RETO Castellón si trovava nei sobborghi urbanistici, in mezzo alle piantagioni di aranci. RETO era proprietario di un bel pezzo di terreno, dove aveva costruito la casa, capannoni e impianti sportivi.
Vi si svolgevano varie attività aziendali: avevamo tre mercatini dell’usato. Con mezzi di trasporto propri facevamo traslochi, sgomberi e altri lavori. RETO non spendeva denaro per i viveri. La comunità aveva accordi con supermercati per ritirare la merce con confezioni danneggiate o vicina alla scadenza. A Castellón c’erano tanti negozietti alimentari, panetterie ecc., i cui proprietari ogni giorno regalavano alla comunità le cibarie.
Due ragazzi, con un furgone, tutti i benedetti giorni si occupavano esclusivamente di portare i prodotti alimentari a casa. Gli altri sistemavano la merce: quella buona finiva sugli scaffali della dispensa, quella cattiva veniva data ai maiali, che allevavamo per Natale.
Durante la mia vita al RETO Castellón, lì abitavano dai 35 ai 45 ragazzi, che si chiamavano “chicos”. A qualche centinaio di metri da noi si trovava un’altra casa, più piccola, dove vivevano due famiglie: il nostro direttore, di nome Fali, e il suo aiutante, Manolo.
Il regolamento della comunità era il seguente:
- 7:00 – sveglia e igiene personale
- 7:20 – colazione veloce, poi riunione religiosa: cantavamo inni, pregavamo, e uno dei chicos esperti—che viveva da tempo lì ed era considerato un buon cristiano—condivideva con gli altri ciò che aveva nel cuore. Leggevamo la Bibbia.
- Ogni lunedì mattina, sul tavolo degli annunci veniva appesa “la lista”, con i nomi e la destinazione di lavoro per ciascuno nella settimana. I chicos si dividevano in coppie: ognuno aveva il suo sombra. Una settimana, per esempio, si lavorava al Rastro, un’altra in casa, nel cantiere (dove si costruiva sempre qualcosa) o in cucina. La terza si facevano traslochi, ecc.
- 12:30 – pausa dal lavoro
- 13:00 – pranzo. Sei o sette mesi all’anno, dopo la pappa ci godevamo una siesta di tre ore.
- 16:00–19:00 – ripresa del lavoro
- Dopo il lavoro, doccia obbligatoria e cambio d’abiti.
- Due o tre volte a settimana, prima di cena, si studiava la Bibbia (la parola “catechismo” era vietata dal regolamento). Di solito i maestri arrivavano da un’altra città, da un altro Paese, o perfino dall’America.
La maggioranza dei chicos aveva un’età molto giovane, 20–25 anni. Prevalevano numericamente gli spagnoli, ma c’erano sempre portoghesi, brasiliani, argentini, o, come me, ragazzi dai Paesi dell’Est, che venivano etichettati semplicemente come “polacchi”. Quasi tutti i chicos erano tossicodipendenti; pochi come me, invece, erano in difficoltà temporanea o permanente, ossia emarginati.
Subito dopo il mio arrivo in comunità, mi si avvicinò un chico di nome Antonio Badalona. Si accomodò vicino a me sul divano dove ero seduto e annunciò che sarebbe stato il mio sombra.
“Be’…”, pensai, “‘sombra’? Allora va bene ‘sombra’.”
Non capivo ancora il significato di quell’espressione (lo sbaglio comune è che acconsentiamo alle cose senza capire esattamente cosa significano, perché ci vergogniamo di fare ‘brutte figure’ da incompetenti).
Dopo pranzo, durante il quale Antonio mi stava addosso come il chewing gum alla scarpa, mi chiese se avessi bisogno di andare in bagno.
“Ma che t’importa?”, pensai.
Però risposi che sì, sarebbe bene andarci. Antonio mi accompagnò fino alla porta della toilette e rimase fuori a sorvegliarmi.
Dopo essermi rimesso a posto, uscii con l’intenzione di farmi una passeggiata nel cortile. Ma Antonio mi raggiunse e iniziò a spiegare:
“Noi siamo sombra. Questo significa che dove vai tu, devo andare anch’io per forza. Dobbiamo stare sempre insieme. Nel nostro caso, io sono responsabile di te. Per questa ragione tu devi seguire me. E quindi: io comando.”
“Be’…”, pensai, “siamo apposti.”
Dopo qualche ora gli feci una domanda:
“Senti, Badalona, da quanto tempo sei qui in comunità?”
Mi ammazzò con la sua risposta:
“Due anni.”
Rimasi sconvolto, perché io pianificavo di stare lì solo tre mesi, e già al primo giorno avevo cominciato a stufarmi delle loro regole.
In RETO tutto è diverso da ciò che noi consideriamo come “norma”. Lì la tua libertà è limitata. I novellini soffrono più acutamente degli altri, perché devono con urgenza adattarsi alle nuove condizioni di vita. Se non vuoi restare in comunità… Be’, sei libero di andartene a cercare le vene sparite per farti un buco.
Le prime due settimane, i nuovi arrivati hanno lo status di chico nuevo. Questo significa che il chico è sotto un controllo rigoroso del suo sombra. Nei primi giorni, anche se non sei un tossicodipendente e non hai la sindrome d’astinenza, con depressione, insonnia o altri sintomi clinici, senti la mancanza di tante cose a cui non avevi mai dato peso. Stare da solo? No. Ti devono tutelare, nel caso tu provi a procurarti alcolici, sigarette o droga. Sei chico nuevo, e il tuo chico responsabile ti insegna i regolamenti. Ti fa inculcare in testa il cristianesimo secondo RETO.
Di sera, tu di solito o uscivi fuori, o restavi in casa consumando TV, Internet, droga ecc. In comunità, invece, tutto questo è “no”. Siete tutti riuniti nel salotto a leggere la Bibbia. Di sabato e domenica ai chicos mostrano film (non sempre) o guardano il calcio.
Nei primi tempi mi mancava dolorosamente la possibilità di isolamento. D’altra parte, mi rendevo perfettamente conto che la Forza che guida il mio destino mi aveva portato lì, in quel vicolo cieco, per perfezionarmi nell’Arte dell’Agguato. Per levigare e affilare il mio carattere. Tuttavia, il mio corpo reagiva dolorosamente. I primi giorni mi sentivo come un animale selvatico, catturato e messo in gabbia. Soffrivo mucho: il corpo sudava con cattivo odore, le giunture sembravano slegate, ero fiacco e depresso.
Dopo una settimana di permanenza in comunità, cominciai a pensare di andarmene via. Ma dalle profondità del mio essere, perforando tutte le preoccupazioni della vita quotidiana, appariva una voce. Quella voce sottometteva la mia mente e comandava:
“Ehi, chico! Tranquillo, stai buono. Devi affrontare tutto questo e temprare.”
Ancora per circa un anno, ogni mattina, mentre aprivo gli occhi e tornavo alla nostra realtà, confermavo a me stesso:
“Cazzo! Di nuovo sono qui in questo fottuto RETO, puttana Eva!”