Un guerriero dedica tutta la sua concentrazione a decidere se ingaggiare battaglia o no,
perché ogni battaglia è per la vita.
Questo è il terzo principio dell’Arte dell’Agguato.[17]
Come un soffio, come un sogno, sono volati tre anni della mia vita, trascorsi nella comunità RETO. Durante quel periodo acquisii una certa autorità nell’ambiente: divenni un chico responsabile. Predicavo nelle riunioni della comunità, spiegavo ai chicos che cosa è Bene e che cosa è Male. Dirigevo le attività di evangelizzazione della diaspora dei “russi” che si riunivano vicino alla stazione centrale.
In quel periodo, i nostri operatori portarono da noi un chico nuevo. Era stato agguantato davanti alla stazione, dove mendicava e beveva vino. Era stanco della vita che trascinava e si rivolse ai nostri addetti. Il chico nuevo si chiamava Roman Polansky. Di nazionalità polacca, aveva 52 anni, robusto, alto 1,80, con una capigliatura rossa. Anche gli occhi e il naso avevano una tonalità rosso intenso, per via dei capillari sanguigni che, come una ragnatela, coprivano tutta la faccia.
Roman, oltre alla sua madrelingua, parlava perfettamente il russo. Allora presi io cura di lui. Mi raccontava tante storie dei suoi giri nell’underground della stazione centrale: come faceva i soldi, come li beveva in compagnia di altri signori simili a lui. Un litro di vino in cartone costava 50 centesimi, e Roman non si sforzava troppo per guadagnarlo. Per risparmiare energia, passava settimane intere senza farsi la doccia né cambiarsi d’abito. Gradualmente si era tramutato in un essere vivente con poca somiglianza all’homo sapiens.
Va detto che in RETO non si praticava la disintossicazione dei tossicodipendenti e degli alcolisti. I nuovi arrivati trascorrevano il periodo d’astinenza passeggiando all’aria fresca. Se il chico si sentiva male, soffriva e si lamentava, gli si preparava una camomilla con lo zucchero.
Roman fu lavato, rasato, vestito. E tornò a somigliare a un essere umano. Ebbe due episodi simili a una forma leggera di crisi epilettica, tuttavia sopravvisse—come tutti quanti prima di lui. Perché nessuno muore di astinenza.
Per due settimane, Polansky ed io fummo inseparabili. Solo prima di andare a dormire lo consegnavo a un altro chico responsabile. Nella comunità, i chicos dormivano sui letti a castello: sotto il responsabile, sopra il nuovo. In teoria, se di notte il nuovo dovesse andare in bagno, il responsabile lo deve accompagnare.
Per un mese mi allontanai dalla casa con altri tre chicos responsabili, a bordo di un camper. Facemmo un giro per l’Europa distribuendo volantini, calendari e la parola di Dio, secondo la comunità RETO. Di solito ci fermavamo davanti alle stazioni ferroviarie, o in qualche quartiere malfamato delle grandi metropoli, quelli con edifici semi-rovinati, dove i poliziotti non ci sono, dove la gente di notte si raduna attorno a un fusto con il fuoco dentro, che dà loro calore e l’illusione di avere un focolare.
Facevamo propaganda tra di loro, cercando volontari disposti ad entrare in comunità. I volontari venivano indirizzati nelle case RETO più vicine.
Dopo un mese tornai a casa e incontrai Roman Polansky. Subito cominciò a lamentarsi e indignarsi per le regole e il comportamento dei chicos.
“Sai, Sergej!” sbottò Roman. “Qui in RETO non c’è rispetto per quelli più vecchi d’età!”
“Roman,” risposi, “il rispetto si guadagna.”
“No! Cazzo! Come possono permettersi questi ragazzotti mocciosi di trattarmi male?” continuava a indignarsi Polansky. “Sono fottuti stronzi, questi drogati di cazzo!”
“Per cortesia, senza parolacce, Roman,” dissi. Non avevo voglia di contraddirlo, ma sentivo il forte desiderio di spiegargli qualcosa che avevo capito durante quegli ultimi tre anni.
“Ma tu, Roman?” chiesi. “Sei buono e bravo? Tu tratti bene i chicos?”
“No! Qui tutto non è giusto.” Faceva finta di non ascoltarmi, ma smise di vomitare oscenità.
“Qui, in RETO,” disse, “è come se fossimo in un grande pentolone e siamo messi a cuocerci tutti quanti nel nostro brodo!”
“Roman,” dissi, “sai che tutti noi siamo abituati a vedere i difetti solo negli altri. Comincia da te stesso. Rilassati, cambia atteggiamento. Sii un po’ più dolce.”
“No!” ribatté, “I vecchi devono essere rispettati!”
“Vuoi seguirmi?”, dissi, camminando verso il reparto della casa dove si trovavano i bagni. Ci fermammo davanti a uno specchio.
“Guardati bene, Roman. Chi vedi davanti a te?”
Dallo specchio ci osservava il viso di Polansky: aggressivo, con un’espressione cattiva. Aveva un tic nervoso ai muscoli facciali. Il naso grosso, di colore blu-viola, era circondato da guance rosate a coppa. Gli occhi folli ardevano.
“Che merda mi stai mostrando qui!” sbottò Roman sul serio. “Tu sei uguale a loro!”
“Roman,” risposi pacato, cercando la strada verso la sua mente, “devi capire che la tua età non ti dà un’indulgenza automatica. L’autorità si guadagna con la saggezza, non con la cattiveria.”
“No! Tu non capisci niente!”
“Eh sì, non capisco niente. Sebbene fossi appena atterrato dalla Luna e oggi fosse il mio primo giorno in RETO,” replicai con ironia.
Roman Polansky aveva ragione: la gente lì, in comunità, era pesante. La maggior parte dei giovani proveniva da famiglie benestanti. Avevano passato gli ultimi anni nella nebbia dell’eroina, e ora si erano svegliati e giocavano come cagnolini. Per assicurarsi che non combinassero guai, servivano regolamenti di ferro e occupazione totale.
L’assenza di donne, droghe e discoteche creava tensione in quella società maschile. Tutti lì avevano una carica subconscia che esplodeva di tanto in tanto, anche per motivi futili.
Polansky, come me, era cresciuto e educato nel mondo dell’Est, dietro la “Cortina di Ferro”. Lì, un tossicodipendente non era considerato un malato, ma un delinquente. Veniva spedito in galera, obbligatoriamente. Roman non aveva avuto via di scampo. Tornando in libertà, era già un criminale.
In Russia, nella società dei malviventi, erano stati sviluppati leggi e codici molto severi: lavorare, no—solamente rubare o truffare. Spacciare droga era considerato un lavoro indegno. Se un delinquente veniva notato a spacciare, poteva finire male, o venire umiliato e trasformato, addirittura, in un pederasta.
In quell’ambiente, l’omofobia era feroce. Qui in Europa, essere omosessuale sembra qualcosa di naturale. Là, all’epoca, no.
Tanti chicos, prima di entrare in comunità, per procurarsi una pera si prostituivano o spacciavano. Roman lo sapeva. E per questo… odiava i chicos.
Mentre osservavo il nostro eroe, ricordavo me stesso. Le prime settimane della mia vita nel RETO non salutavo quasi nessuno dei chicos. Li snobbavo, li disprezzavo. Li chiamavo nella mia testa finocchi e deficienti. Se qualcuno si avvicinava, sperando di instaurare con me un rapporto più o meno amichevole, interrompevo i suoi tentativi con grossolanità e arroganza. Le mie aberrazioni mentali mi spingevano a mostrare disprezzo verso tutta la comunità.
Mi impegnavo al massimo per aiutare Roman Polansky. Cercavo di favorire in lui la comprensione della necessità di cambiamenti interiori. L’auto-osservazione mi fece capire i motivi per cui Roman trattasse il mondo che lo circonda in quel modo.
Gli anni passano. Sul mio cammino, incontro costantemente persone anziane. E vedo che la maggioranza di loro si è fermata nello sviluppo mentale all’età di 20–25 anni. Conducono le loro vite come cavalli con i paraocchi, concentrati solo sul proprio ego, senza voler vedere niente di più.
L’attaccamento all’ego chiude loro la mente e non permette alla saggezza di entrare. Non riescono a trarre alcun beneficio dagli anni che passano inutilmente, consumati per niente. Vite sprecate, corpi distrutti.
“Vanità delle vanità. Tutto è vanità.” — disse il re Salomone.[18]
Quando la mia permanenza in RETO durò poco più di un anno, arrivò da noi un chico nuevo di nome Salvador. Era un ometto alto circa centocinquanta centimetri, magro e dall’aspetto fragile. Aveva capelli e barba bianchi e lunghi, che vennero tagliati immediatamente il primo giorno della sua nuova vita con noi.
Salvador era il classico rappresentante degli emarginati che vagabondano nel sud della Spagna. Lo spinse in comunità la necessità di avere un tetto, poiché l’inverno già strizzava l’occhio, e il nostro eroe si era stancato di combattere contro la vecchiaia e l’insufficienza cardiocircolatoria.
Il chico aveva un handicap di fobie e un carattere difficile, egocentrico e scontroso. Io non ero convinto di poterlo affrontare, ma i chicos responsables decisero che ero ormai abbastanza temprato da poter prendere in cura un chico pesante come Salvador.
Fin da piccolo ero abituato che qualcuno si prendesse cura di me. Crescendo, avevo imparato a badare solo a me stesso. Le preoccupazioni dei miei genitori e di mia moglie le consideravo come una delle cose più normali sulla faccia del Pianeta. Ma sprecare tempo a occuparsi di qualcun altro… non mi era mai venuto in mente.
Vivendo in comunità, dopo circa due mesi, una sera, appena uscito dalla doccia, mi ritrovai davanti a un chico nuevo che tremava così forte da non riuscire a vestirsi. Mi piantai lì e, disperato, girai la testa cercando il suo sombra, ma quello era sparito. Gli altri chicos attorno facevano finta di non notare le difficoltà del nuovo arrivato.
Niente da fare. Fui costretto ad assisterlo io.
I chicos che passavano vicino, osservando la scena, mi dissero sorridendo:
“Bravo Sergio, finalmente perfino tu hai cominciato ad aiutare il prossimo.”
Amen.
Torno al racconto su Salvador. Era ostile, odioso. Di tanto in tanto esplodeva e se la prendeva con qualcuno. Una volta assistetti a una scena in cui il sessantenne Salvador cercava di picchiare un chico responsabile trentenne. In quel momento sembrava un incrocio tra un gallo da combattimento e il Toro Scatenato. Noi, spettatori, finimmo per tifare per lui. L’avversario, sconcertato dall’assalto improvviso, si ritirava e pregava il teppista scatenato di smettere.
Salvador era un ateo dal cuore duro. Per questo non voleva sentire nulla sulla Bibbia o il cristianesimo. Durante gli studi religiosi, quando arrivavano i maestri da lontano, veniva spesso mandato a fare una passeggiata negli aranceti, accompagnato dal suo sombra. A volte quell’incarico lo prendevo io. Salvador aveva paura di me, quindi… andavamo d’accordo.
A Natale, la comunità organizzò una gran bella Cena Natalizia per i chicos e per gli ospiti. Dopo aver mangiato, ci dedicammo a teatro e concerto. La messa in scena, la regia, gli attori—tutto era all’altezza. Tra noi, c’era un chico appassionato di fotografia, talmente bravo da riuscire a scattare immagini improvvise, a volte senza farsi notare.
Qualche settimana dopo le fotografie furono pronte e distribuite a ognuno di noi. Ne ricevetti una anch’io.
Nell’immagine era raffigurato un uomo misantropo, seduto davanti al tavolo in solitudine (lo sappiamo: meglio soli che mal accompagnati), con lo sguardo fisso in nessun luogo. La prima impressione fu:
“Chi è quello? E che c’entro io con lui?”
Poi brillò una congettura:
“Forse è Salvador? Certo, sì che è Salvador! No…”
Non indovinai.
“…sono io.”
Il mio viso era cattivo e teso. Avevo un’aria minacciosa, tipo attenti al cane o non avvicinarsi, morde o qualche altra boiata. Di colpo arrivò la vergogna. La vergogna, come un carro armato, spazzò via tutto e mi piombò addosso, strangolandomi il collo. Il disagio provocò dolore fisico, le lacrime mi riempirono gli occhi.
“Cazzo,” pensai, “quel uomo è convinto di lottare con le sue aberrazioni mentali. Pensa di applicare l’Arte dell’Agguato alla vita quotidiana. Sa che ogni tanto dovrebbe essere dolce e gentile con i chicos.”
La realtà, cruda e nuda, era lì. Registrata. Messa davanti ai miei occhi come un oggetto compromettente. Con pudore e la faccia viola, in fretta nascosi la foto nella tasca.
Quel giorno una forza trascendentale entrò nella mia vita. Entrò nella mia consapevolezza. E cominciò a guidare il mio viaggio verso la Libertà.
<<Sergej, questo capitolo è un colpo allo stomaco e al cuore insieme. La scena con Salvador è viva, violenta, grottesca e poi si trasforma, sorprendentemente, in una rivelazione interiore intensa e dolorosa. Quella fotografia diventa lo specchio dell’ego, l’immagine che nessuno vuole vedere di sé stesso. E tu hai avuto il coraggio di fissarla. >>