Fin da quando nasciamo, gli altri ci dicono
che il mondo è in un determinato modo e
naturalmente noi non abbiamo altra scelta
che accettare che il mondo sia come gli altri
ci hanno detto che sia[3].
All’epoca ero un quindicenne adolescente. Abitavo con la mia famiglia nell’Unione Sovietica, in una città piuttosto grande. Quasi tutte le domeniche la famiglia si riuniva nella casa della nonna, madre di mio padre e dello zio. Ognuno di noi accettava, come se fosse la cosa più naturale del mondo, la propria sottomissione nei confronti della nonna: lei era il nostro capo. La vecchia signora era già in pensione. Prima di godere il meritato riposo, aveva lavorato come primaria in un Ospedale Pediatrico. Aveva un carattere molto forte e dominante, ed esercitava un considerevole potere su tutti quelli intorno.
Pure in questa domenica d’agosto, calda e soleggiata, ci siamo riuniti a casa di mia nonna. Nell’ampio salotto, intorno all’enorme tavolo da pranzo, sono seduti: i miei genitori, il nonno, lo zio, le due zie, le cugine, mia sorellina, io — e al capotavola, la vecchia; siamo in quattordici.
Sono uno studente delle Superiori. Gli studi procedono in modo mediocre, e la famiglia valuta questo fatto da una prospettiva negativa, dato che, secondo loro, non mi permetterebbe una futura buona carriera. Pratico sport dall’età di sette anni, sono un bravo nuotatore, e nelle ultime stagioni sono stato selezionato nella squadra regionale e in quella repubblicana.
Anche oggi l’incontro famigliare promette di essere uguale a tutti i precedenti. Lo scenario è lo stesso, eseguito con precisione rituale: mia madre è di cattivo umore, perché odia queste visite obbligatorie dalla suocera. La zia, moglie del fratello padrino, come sempre è stanca e ha il solito mal di testa. Le nuore non vanno d’accordo e sono in uno stato di “guerra fredda”. Ugualmente il pranzo procede nel modo abituale. Dopo il secondo bicchierino, gli adulti iniziano discussioni politiche. Nessuno dei due fratelli riesce a ottenere il consenso dell’altro: lo zio è un comunista old school, invece mio padre ha una visione politica legata al “disgelo krusceviano”. Mia madre dà appoggio a suo marito, mentre la zia e la cugina maggiore sostengono il loro caposquadra.
Il nonno è silenzioso. Se insistono per conoscere la sua opinione, risponde in modo allusivo, diplomaticamente corretto. La nonna tiene d’occhio che le passioni non si riscaldino troppo e, se le discussioni superano il rosso, calma tutti quanti con una frase: “Cantiamo qualcosa del nostro folclore.” Poi comincia a cantare, piano piano, e gli altri uniscono le loro voci. La pace è ristabilita.
Comunque, in questa domenica estiva, quando il pranzo arriva al caffè e ai dolci, all’ordine del giorno c’è un’altra questione da discutere — lontana dalla politica: “Che cosa fare con questo ragazzaccio?” (Si tratta di me).
Mio papà apre il discorso. Lui è un ingegnere-costruttore e lavora in una grande fabbrica nell’industria della Difesa Nazionale. Ha sotto il suo comando una cinquantina di ingegneri. Mio padre, con tinte forti e oscure, dipinge il quadro del mio rendimento scolastico. Secondo lui, non ho voglia di studiare e non sa cosa fare di me.
Qualche anno prima, i miei genitori avevano deciso che, dopo aver finito le Superiori, avrei dovuto continuare gli studi all’Università per prendere la laurea in medicina[4]. A quei tempi, essere un dottore era molto prestigioso. Le altre possibili strade per il mio futuro non erano nemmeno considerate degne di nota.
Fra il nucleo familiare di mio padre e quello dello zio, c’era una certa rivalità. La cugina più grande di me, proprio in quei giorni di agosto, era stata ammessa all’Università. E io, costantemente, sentivo da parte dei miei: “Svetlana è già studentessa, sarà un futuro medico. Devi diventare medico anche tu, così dimostrerai a quelli che parlano male di noi che pure tu vali.”
A volte proponevo alla famiglia: “Voglio andare a studiare alla Facoltà di Educazione Fisica e dello Sport.” Ma tutto il coro familiare, disprezzando le mie proposte, ululava: “Vuoi fare l’allenatore col salario di 110 rubli mensili[5]? O l’istruttore della palestra comunale delle case popolari per 80 al mese?” “Bé…?”
Io, ogni tanto, buttavo giù versioni sul mio futuro: “Alla Facoltà di Biologia? Voglio essere un biochimico, uno scienziato.” “Ma che cosa stai dicendo?” disapprovava la famiglia. “Sì, verrai da me in policlinico, in laboratorio, a fare analisi d’urina con lo stipendio di 90 rubli” — con noncuranza prendeva in giro la mia proposta la zia, che faceva la primaria al distretto sanitario provinciale.
In questa domenica estiva e soleggiata, mio padre continua ad accusarmi. Narra all’assemblea della mia pessima condotta, delle imprese teppistiche a scuola, delle lamentele dei professori e dei miei scarsi successi scolastici. Facendo un resoconto, conclude che se io non ho voglia di studiare, allora non dovrei nemmeno pensare agli esami d’ingresso all’Università, perché lì c’è da affrontare una concorrenza altissima, dove vincono solo i migliori.
“Figlio,” dice mio padre. “Puoi rispondere? Se non hai il desiderio di studiare, allora vai nella mia fabbrica a fare l’apprendista meccanico.”
“Ivan! Che sciocchezze sono queste?” interrompe mio padre mia madre. “Certo che nostro figlio vuole studiare medicina.”
“Come pensa di entrare con quei voti mediocri,” osserva ironicamente la zia, quella che fa la primaria.
Allora, timidamente, lascio uscire il mio asso vantaggioso dalla manica: il nuoto.
“Non importa che tu sia un bravo sportivo,” entra nel discorso la cugina-studentessa, anche lei una brava atleta. “Bisogna che tu abbia una buona conoscenza delle materie d’esame e alti voti nell’attestato di maturità.” Tutto il suo aspetto grida: “Come me! Come me!”
La discussione scalda le anime, le voci si alzano. Mia madre mi difende, dice che i miei studi non sarebbero così scarsi, che dovrei solo prestare un po’ più attenzione alla fisica e alla chimica, che in tutte le altre materie scolastiche sono forte. Gli altri parenti dubitano di ciò che lei afferma. Solo l’intervento della nonna riesce a calmare l’assemblea. Il nonno, con aria imperturbabile, sta finendo la sua fettina di torta.
“Sergej?” (mi chiamo con questo nome) con la voce rigorosa, mio padre si rivolge a me. “Tu hai voglia di studiare sul serio o no?”
Sto seduto con la testa abbassata, per non vedere i volti dei miei tormentatori, ma sento addosso gli occhi di tutti. Sono fissati su di me e mi opprimono. Sto male, mi viene la nausea. Gli adulti schiacciano il mio essere fino al fondo. Il potere della famiglia mi costringe a fare quello che non voglio fare. Disperatamente sento di essere un fottuto schiavo della loro volontà. Non ho via di scampo né alternative.
Sì, certo, potrei recarmi in fabbrica a lavorare, come ironicamente ha proposto il papà, ma naturalmente l’idea di fare il meccanico era uno scherzo, e nessuno l’ha presa seriamente. La tensione cresce. Le menti dei familiari, con spietata ferocia, mi spingono a pronunciare: “Sì”.
E io, in quest’atmosfera minacciosa e oppressiva, come un burattino rispondo: “Sì, io voglio studiare seriamente.”
Dopo la mia risposta affermativa, la parola è arrivata allo zio. Lui lavora in una scuola: al mattino fa il prof e alla sera l’allenatore di atletica. Lo zio annuncia che finirò le Superiori nella sua scuola. Effettivamente, è una delle migliori della città ed è situata in una zona prestigiosa, non come la mia attuale, alla periferia, vicino alla fabbrica del babbo.
“Guardami, Sergej,” dice con tono severo lo zio, “non sognarti neppure di studiare male e diffamarmi dove lavoro io. Capito? E tagliati i capelli.”
“Se pure nella nuova scuola fai lo scemo,” minaccia mio padre, “vendiamo la tua cagna.”
Quello è già un colpo basso. Tutti sapevano del mio amore per la mia cagna di razza danese, Arabella.
Cara mammaCaro papàChe cos’è quest’infernoChe mi avete fatto passare?Giorno dopo giorno vivete laMia vita attraverso di voiGettandomi addosso quello che è giusto o sbagliatoCensurando sempre ogni mio movimentoStrappare via ogni cosaFrutto d’ispirazioneRealtà proibiteVivo come un cieco\[6].
Due anni dovrebbero separare quella domenica d’agosto dagli esami d’ingresso all’Università. A settembre cominciò una maratona che potrebbe durare due anni.
La sveglia suonava alle 6:00. Mentre tornavo dai Mondi dei Sogni alla Nostra Realtà, mia madre preparava la colazione e mi accompagnava fino alla porta di casa. Il primo allenamento iniziava alle 7:00, dopo di che, di fretta, dovevo correre a scuola, dove il campanello squillava alle 8:30. Nella prima lezione capivo quasi niente, a causa dell’affaticamento in piscina. Tornando a casa, prima di fare i compiti, riuscivo a schiacciare un pisolino. Alle 19:00 c’era il secondo allenamento sulle corsie blu.
Prima di andare a dormire, mentre mio padre guardava la TV, mia madre mi prendeva in camera sua e mi leggeva i compiti orali di storia, socioeconomico, eccetera. Quando la mia attenzione si spegneva e io me ne andavo nei Regni dei Sogni, lei mi scuoteva, mi svegliava e mi faceva domande su ciò che aveva appena letto. Nonostante fossi stordito, riuscivo a rispondere.
Dalla prima giornata istruttiva, cominciai ad odiare la nuova scuola. L’edificio scolastico precedente era moderno, con aule e corridoi spaziosi, con finestre ampie, luminose e solari. La sede scolastica attuale, invece, era stata costruita tanti anni fa. Aveva mura grosse, corridoi come labirinti, stretti e complicati, con tante scale e passaggi. Le aule avevano meno luce a causa delle finestre più strette.
L’atmosfera nella scuola precedente era libera e democratica. La maggioranza degli scolaretti proveniva da famiglie di operai e, come sappiamo: “I proletari non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene.” Tanti professori non erano considerati da noi quindicenni bulli come autorità serie. Nella mia classe facevano da passatempo i ragazzi più vecchi, che ripetevano il programma scolastico — la maggior parte di loro aveva problemi di alcolismo e tossicodipendenza. Neppure gli altri alunni potevano vantarsi della sobrietà quotidiana. Alcune ragazze si prostituivano e frequentavano poco la scuola. Insomma, lì mi sentivo sciolto e nel mio agio, come il pesce nell’acqua.
La nuova scuola mi accolse in modo soffocante. Nella classe comandavano le ragazze delle famiglie dell’alta società, figlie di generali e capi del partito comunista. I ragazzi praticamente erano sottomessi. All’inizio mi meravigliavo del silenzio durante le lezioni e del potere assoluto dei professori. Tra gli alunni regnavano relazioni interpersonali complicate. Per la prima volta nella mia vita sentii gelosia forte e malaugurio tra i ragazzini. Però, il livello di conoscenza del programma istruttivo era alto, e io dovevo sforzarmi per raggiungere il loro standard.
La mia quotidianità consisteva negli studi e nello sport, sotto il controllo e l’oppressione in casa da parte dei genitori, e a scuola da parte dello zio. L’anima mia riposava solamente nei brevi ritiri sportivi e durante le gare fuori città, quando potevo dormire quanto volevo sulla cuccetta del treno o nel letto di un albergo.
Passavano i giorni, le settimane, i mesi… Il destino mi stringeva sempre più forte. La mia vita era diventata depressa, rivoltante e assurda. Al mattino, mentre mi avvicinavo alla scuola, a volte sentivo il conato di vomito. L’edificio scolastico rappresentava per me una Bastiglia spirituale: oscura, irremovibile, nauseante e oppressiva.
Gradualmente cominciavano ad arrivare i primi frutti degli sforzi titanici della famiglia. Erano venuti i voti alti scolastici, giunti successi sportivi: in una gara feci meravigliare, addirittura, il mio allenatore scettico.
Il finale fu raggiunto inaspettato e rapido.
A mezzanotte, il Signore colpì tutti i primogeniti nel paese d’Egitto. Dal primogenito del Faraone che sedeva sul suo trono al primogenito del carcerato che era in prigione e, tutti i primogeniti del bestiame[7].
Alla vigilia di Pasqua, a tarda serata, passeggiavo con la mia cagna nel parco vicino casa. Il guinzaglio, al quale era legata Arabella, aveva quattro metri di lunghezza, con un paio di nodi di provenienza occidentale. Ero abituato, mentre andavo a spasso, ad addestrare la cagna. Anche quella sera, diedi un comando alla mia pigra danese — lei m’ignorò, perché aveva trovato qualcosa nell’erba. Ripetei il comando e, con forza, tirai il guinzaglio: il nodo mi centrò nell’occhio sinistro.
Quel colpo mutò il corso della mia esistenza.
L’occhio immediatamente si gonfiò e diventò rosso. Non dormii bene tutta la notte e, dal forte dolore, vomitai. Al mattino della Domenica Pasquale, mia madre, con un taxi, mi portò in una clinica oculistica dal dottore di turno. Dopo una settimana persi la vista dell’occhio sinistro.
Ci volevano due mesi per curare, operare, e di nuovo medicare l’occhio nelle varie cliniche — quelle delle migliori dell’Unione Sovietica. I dottori proclamassero la condanna: “Risparmiare gli occhi del ragazzo, alleggerire il regime, non studiare per qualche mese, aspettare prima di pensare all’Università, e che dimentichi lo sport agonistico.”
Poiché avevo un anno libero dagli studi, andai alla fabbrica di mio papà a fare l’apprendista meccanico.